L'edizione 2007 del   " Gioco della Falce "

 

Quest'anno, ricorrendo il IV centenario della fondazione di San Giorgio Lucano, il Gioco e' stato  eseguito anche sul campo; si e' svolto il 15 luglio 2007  in localita' Santa Marina, nell'azienda agricola del sig. Ottavio Drogo.

Vi hanno preso parte  : Giuseppe Affuso, Giuseppe Blumetti, Rocco Capalbo, Rosario Capalbo, Vincenzo Duva, Nicola Fazio, Teresa Gerardi, Gennaro Labollita, Egidio Lauria, Giuseppina Lauria, Vittoria Michele, Teresa Miraglia, Luigi Panio, Francesco Pirrone, Giuseppe Pisilli, Angelo Salerno.  

L'evento e' stato documentato mediante foto e  riprese video;  e' stato realizzato  un DVD che puo' essere richiesto all'Associazione.

Il Presidente  della Pro Loco Francesco Capalbo ringrazia quanti hanno contribuito alla realizzazione del Gioco e del filmato.

Foto di Franco Capalbo e Salvatore Palazzo.

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Il Gioco della Falce  concludeva le operazioni della mietitura; si svolgeva nei campi nell'ultimo giorno di lavoro.

Per interpretarlo correttamente bisogna far riferimento a due suoi momenti distinti: la caccia al capro e la spoliazione del padrone con la punta delle falci da parte dei mietitori.

La prima parte, da leggersi come arcaica espressione mitico-religiosa, si fa risalire alle civilta'  pre-greche, ai miti  legati alle divinita' e al ciclo della terra,  per i quali il grano e' persona, figlio della Madre Terra, e per raccoglierlo bisogna "ucciderlo", con offesa alla Madre.

Scrive Ernesto De Martino: "Il mietere era avvertito come un colpevole uccidere, di cui si portava il rimorso e si temeva vendetta:  il grano, soprattutto per opera del mietitore, sopportava una violenza estrema, pativa una passione decisiva. Di qui il bisogno di mascherare l'atto del mietere, in modo da eseguirlo con il pretesto di fare qualcosa d'altro".

Dare la caccia al capro, appunto.

La seconda parte, da leggersi  come  rivolta simbolica dei contadini, si fa risalire alle origini del paese.

L' 8 marzo 1607  il principe di Noja Fabrizio Pignatelli, accogliendo la richiesta di alcuni coloni provenienti da Trebisacce, Castelsaraceno e Viggianello di abitare e coltivare terre in localita' detta San Georgio,  impose loro diversi  obblighi, fra cui il divieto di possedere terreni coltivati a grano.

Potevano coltivarlo nelle terre del principe, ma il corrispettivo era alquanto oneroso e la terra non rendeva abbastanza per farvi fronte. Meglio coltivare le vigne, che erano di proprieta', e poi esercitare la capacita' di esperti mietitori per conto terzi.  E' quanto fecero i discendenti dei primi coloni.

Nell'animo, pero', restava il desiderio della ricchezza negata. I coloni sognavano di spogliare il signore dei suoi averi, di abbassarlo almeno una volta al proprio livello, di dominarlo, anche se solo simbolicamente.

Ecco allora il sequestro e il denudamento del proprietario del campo, che offre come riscatto un lauto banchetto o un'abbondante bevuta di vino.

 

(La descrizione di Ernesto De Martino nella pagina "foto_storiche")